Riforma costituzionale, perchè voto sì

Questa riforma risolve tutti i problemi dell’Italia, lascia tutto com’è, porta alla dittatura? Niente di tutto ciò. Questa riforma semplicemente fa alcune delle cose che i cittadini chiedono da troppo tempo come la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione di enti inutili come il CNEL, il diritto ad avere gli stessi servizi indipendentemente dalla Regione che li eroga.

Altra esigenza diventata ormai urgente è quella di semplificare la macchina organizzativa dello Stato: il bicameralismo paritario (due Camere che fanno esattamente la stessa cosa) è una peculiarità tutta italiana, abbiamo il potere legislativo affidato a un Parlamento scisso in due camere che spesso si ostacolano a vicenda perchè composte in modo da configurare maggioranze diverse sia per motivi anagrafici sia perchè le leggi elettorali assegnano premi di maggioranza calcolati diversamente, il metodo perfetto per sprecare tempo, lavoro, e magari deludere persone che una determinata legge la stanno aspettando da tempo.

Solo per fare qualche esempio, alla Camera avevamo approvato le leggi sull’omofobia, il reato di tortura, lo ius soli, il bullismo e cyberbullismo. Tutte ferme al Senato. Qualcuno mi chiede notizie sui tempi: non posso darne, nessuno sa se vedranno mai la luce. Naturale poi che sulle questioni più urgenti, dove il tempismo ha il suo valore, il governo si trovi a legiferare e spesso per non venire sepolto dai veti e dall’ostruzionismo metta la questione di fiducia.

La riforma non cambia la forma di governo, semplicemente riconduce il Parlamento ad una sola Camera (idea che fu anche di alcuni padri costituenti) e trasforma il Senato in un organo che rappresenta le istituzioni territoriali (questo modello era nella versione originaria del testo presentato nel 1947); rafforza leggermente il ruolo del Governo che può chiedere al Parlamento una via preferenziale per le sue proposte di legge con votazione a data certa (70 o 85 giorni) ma d’altra parte limita fortemente la decretazione d’urgenza; tutti gli organi di garanzia come la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica mantengono esattamente gli stessi poteri e per quest’ultimo è elevato il quorum per l’elezione; gli istituti di partecipazione popolare sono rafforzati e ampliati con l’introduzione del referendum propositivo e di indirizzo, l’obbligo di discussione delle proposte di legge d’iniziativa popolare, l’abbassamento del quorum per il referendum abrogativo.

Si rimette mano al Titolo V che fu modificato in senso regionalista nel 2001, dopo aver constato un aumento del contenzioso tra Stato e Regioni che si attesta oltre cento cause l’anno in media. Non si tratta solo di costi diretti ma anche di inefficienza, perchè tutto si blocca. E forse è anche a causa della gestione irresponsabile di importanti servizi come quelli ricadenti in questi ambiti che il divario tra Nord e Sud non ha fatto che aumentare.

Bisogna invece stabilire principi generali a livello centrale, costi standard, individuare le regioni che funzionano meglio e applicare alle altre il loro modello; chiudere inutili enti di rappresentanza delle regioni all’estero e presentarsi in contesti internazionali sotto il marchio Italia. Riportare a livello centrale materie come la sanità, le politiche sociali e del lavoro, il turismo, le infrastrutture, l’energia significa superare le disparità dei livelli dei servizi tra Regioni; fare una programmazione strategica del sistema dei trasporti con aeroporti e porti che potranno specializzarsi potenziando l’offerta dei servizi sul territorio; programmare la produzione di energia distribuendo impianti in maniera razionale (magari meno impianti e più efficienti).

In un mondo sempre più globalizzato e “veloce” dovremmo presentarci come Paese unitario, non come Regione X a farci concorrenza con la Regione Y e perdendo nel confronto con altri Paesi più organizzati e determinati a difendere l’interesse nazionale. Invece mi sembra che sia molto diffuso l’atteggiamento di chi non pensa ad altro che a indebolirne il governo e magari a farlo cadere dopo due anni possibilmente con l’aiuto dello spread.

Citando Neruda, sdegno e coraggio sono entrambe figlie della speranza: lo sdegno denuncia la realtà delle cose ma poi deve lasciare spazio al coraggio per cambiarle.