Africa: migranti e diritti umani

Europa2.0-migranti-e-diritti-umaniIntervento al convegno “Migranti e diritti umani 2.0”, Camera dei Deputati, 14 giugno 2016

Oggi, qui, parliamo di migranti, di diritti umani e quindi di Africa. Temi importanti. Fondamentali. I cardini dell’azione internazionale del nostro paese. Potrei dirvi che a livello europeo l’Italia sta facendo la parte del leone, che le nostre teorie hanno fatto breccia nelle menti dei tecnocrati europei e che le nostre pratiche sono diventate le best practice europee. Tutti ci riconoscono il talento del gestire l’emergenza. Facciamolo anche noi. Applaudiamo i salvataggi in mare. Lodiamo l’accoglienza… Oppure, no. Perché è inutile affidarsi a paroloni, a studi, ad autocompiacimento.

Guardiamo il mondo per ciò che è. Purtroppo, quello che troviamo nelle ‘teorie delle migrazioni internazionali’ o negli studi sulla percezione dell’Europa non è quasi mai vero. Le stesse politiche selettive della migrazione non si dimostrano efficaci. Semplicemente, come sistema Paese e come individui, facciamo quello che possiamo nell’unico modo che conosciamo, quello della gestione dell’emergenza. Lo facciamo bene, meglio degli altri, ma non per questo ‘siamo bravi’. Se fossimo davvero bravi, non avremmo più nulla da fare, perché un’emergenza che va avanti da vent’anni non è più un’emergenza, è una situazione di malessere incancrenita.

Un malessere che pervade il mondo intero e che ora travolge anche i paesi ricchi. Malessere al quale sembrano non esserci risposte adeguate. Ecco che in questo spazio si insinuano movimenti nazionalistici e xenofobi, che propongono l’illusione di soluzioni semplici a problemi molto complessi.

Non posso rassegnarmi al fatto di vivere in una terra incastrata tra l’Austria, dove poco meno del 50% ha votato per Hofer, un candidato alla presidenza della repubblica neonazista e razzista, e gli Stati Uniti d’America, dove un miliardario rischia di diventare presidente dicendo che l’Islam dovrebbe essere vietato, che nessuno può toccare il sacrosanto diritto dei cittadini americani di portare armi da fuoco e di usarle e che il diverso, il ‘migrante’ non può vivere negli Stati Uniti d’America, la ‘Land of Freedom’. Il presidente degli Stati Uniti d’America viene chiamato spesso Leader del Mondo Libero. Se deve essere Donald Trump, non voglio vivere nel mondo libero, non voglio questa libertà e non voglio questo leader.

Ho scelto di impegnarmi in prima persona nell’attività politica perché credevo nel cambiamento, ci ho creduto e ci credo ancora.

C’è tanto da fare, in Europa e in Italia. Dobbiamo superare la Brexit, ad esempio, perché non è spaccando l’Europa che si cambia il mondo. Dobbiamo abbattere il muro del Brennero e quello dell’Ungheria, perché mettere un muro di traverso a una strada è un atto d’arroganza umana, oltre che politica. Dobbiamo archiviare anche la sola idea che il migrante sia il nemico. Dobbiamo rimuovere molte delle inefficienze che bloccano l’Italia, e chi di voi, a ottobre, sarà chiamato a esprimersi sul nuovo assetto costituzionale potrà dare il proprio appoggio alla riforma che in Parlamento abbiamo approvato come il miglior compromesso possibile tra garanzie di efficienza dello Stato e tutela della democrazia.

Il lavoro che dobbiamo fare deve andare in un’unica direzione: capire chi sono i nemici. Il nemico non è certo Favour, una bambina di nove mesi che ha perso la madre bruciata viva nel barcone che la portava in Europa. Il nemico non è Bashir, morto ammazzato da una bomba ad Aleppo. Il nemico vero non è nemmeno Mansour, il talebano di recente ucciso da un drone americano. No. Il nemico sono i signori della guerra in Nigeria, che hanno costretto la madre di Favour a scappare incinta e con una neonata in braccio. Il nemico è il pensiero di chi considera la Siria soltanto una ‘base strategica’ nello scacchiere medio-orientale. Il nemico è l’ignoranza e la cattiva interpretazione del Corano che hanno portato al regime talebano. Pensate ai nomi di queste persone. Favour significa ‘privilegiata’. Bashir significa ‘portatore di buone notizie’ e Mansour significa ‘aiutato da dio e quindi vittorioso’. Nessun privilegio, nessuna buona notizia, nessun aiuto divino o vittoria nelle loro vite.

Questi sono i mali del mondo, qualcuno penserà, e noi non possiamo farci niente. Non è vero, molti mali sono stati sconfitti anche con la potenza del silenzio e della non violenza. Le armi sono tante e forse ce ne sono ancora da inventare tra quelle che non causano morte e distruzione. Ma prima bisogna individuarli i mali del mondo, indicarli e chiamarli in causa per nome.

Io non ho ricette, scorciatoie, metodi infallibili per ‘aggiustare’ la situazione e risolvere il problema dei migranti. Ma qualcosa di concreto, ciononostante, lo abbiamo fatto.

Il 18 maggio scorso il nostro Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha raccolto a Roma circa 40 ministri dei paesi africani, una decina di ambasciatori e altrettanti rappresentanti di organizzazioni internazionali, oltre ai ministri italiani della difesa, dell’agricoltura e dell’ambiente nonché capi aziendadi importanti imprese italiane. Questa conferenza ha rappresentato l’inizio di una strategia di medio-lungo periodo del nostro Paese che mira a costruire un legame di amicizia e cooperazione sempre più intenso con i paesi africani, anche attraverso la creazione del consenso degli stessi paesi intorno alla candidatura dell’Italia come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nonché al progetto italiano del “migration compact” presentato recentemente dal Governo italiano alle istituzioni europee.

Un progetto che rappresenta un’opportunità, forse l’ultima, la vera “volta buona”.

Per cambiare la politica economica europea e l’approccio alla cooperazione in Africa, attraverso nuovi investimenti e nuovi strumenti finanziaririspetto a una Europa concentrata su se stessa e la sua austerità.

Per cambiare l’approccio sull’immigrazione: “quando c’è una donna o un uomo in mare noi non facciamo filosofia. Qui sta il “migration compact”, riuscire ad avere uno sguardo strategico. Costruire un’alternativa all’emigrazione sapendo che non è questione di breve periodo.

Per cambiare la cultura, i valori, l’identità dell’Europa impaurita di oggi. Fondamentale il G7 che verrà presieduto dall’Italia nel maggio del prossimo anno e che si terrà in Sicilia, proprio per sottolineare la centralità del Mediterraneo come collegamento naturale tra l’Europa e l’Africa.

Insomma, è difficile ma possiamo farcela. Per riuscirci, però, abbiamo bisogno di aiuto. Servono tecnologie e infrastrutture, per connettere l’Africa alla grande rete mondiale, per far uscire questo continente dalla condizione di isolamento, lontananza e paura. Dobbiamo portare, attraverso le moderne tecnologie digitali, l’Africa da noi e noi in Africa. Senza dimenticare che le forme di organizzazione sociale tradizionali che persistono nelle popolazioni tribali hanno tutto il diritto di esistere e di preservare la loro cultura e identità. La tutela delle minoranze è imprescindibile e va ribadita anche nei rapporti di cooperazione.

Non ci può essere sviluppo senza pace, sicurezza, stato di diritto. I cittadini africani che oggi sono costretti a scappare dalla fame e dalla guerra vanno messi nelle condizioni di poter rimanere nella propria terra e di battersi per il proprio paese. Non dobbiamo mai più leggere di giovani eritrei massacrati perché rifiutavano l’arruolamento coatto in un esercito di regime.

Lo sviluppo dell’Africa passa ancheattraverso la costruzione di quella ‘consapevolezza di sé’ che è necessaria per ridare dignità a un continente che fatica a trovare la propria strada per uno sviluppo sostenibile e per relazionarsi alla pari coi propri interlocutori.Esempi virtuosi ce ne sono: in Sud Africa un gruppo di giornalisti ha creato una ONG che si occupa di fact checking su tutto il continente, perché smascherare le menzogne che vengono dette quotidianamente, denunciare le piccole e le grandi vessazioni che popoli interi sono costretti a subire è l’unico modo per costruire una coscienza civica. Questa forma di citizen journalism va incoraggiata.

Gli africani sono pronti a collaborare: alla Conferenza di Roma è emersa fortemente, dalle classi dirigenti africane, questa disponibilità. Non ci sono stati discorsi improntati al vittimismo nei confronti dei paesi ex coloniali e in generale dei paesi europei e occidentali, che oggi sono ricercati come interlocutori privilegiati per implementare il “nation building” o le “state capabilities”. Non si è parlato di imperialismo o neocolonialismo nel tentativo di giustificare le difficoltà che si trova ad affrontare oggi il continente africano. Numerosi sono stati invece i richiami alla responsabilità delle classi dirigenti africane. Noi europei non siamo la causa di tutti i mali del continente ma siamo parte di una possibile soluzione, a patto di cominciare a trattare gli africani come cittadini al pari degli altri.

Video: https://www.youtube.com/watch?v=7OIBFP3ggDg